Buenos Aires: incontro con i missionari italiani
I missionari e le missionarie italiane operanti in Argentina, Cile, Paraguay ed Uruguay, al termine del Convegno svoltosi a Buenos Aires dal 4 all’8 gennaio scorsi sul tema “La Famiglia come luogo di educazione ed evangelizzazione”, vissuto in comunione e in compagnia della Chiesa Italiana, rappresentata dall’Ufficio per la Pastorale della Famiglia, dall’Ufficio per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, e dal Centro Unitario Missionario di Verona, organismi della CEI, esprimono le loro riflessioni e propongono alcune linee pastorali che possano orientare la loro attività ed offrire motivo di ripensamento pastorale anche per la loro Chiesa d’origine.
Di seguito riportiamo le sintesi dei lavori affrontati dai distinti gruppi sulle relative problematiche .
La preoccupazione iniziale ci pare sia non tanto quella di analizzare e giudicare i molteplici modelli affettivi che la nostra società post-moderna sperimenta con mutevole rapidità e in forme sempre nuove, quanto quella di farci carico dell’accompagnamento e formazione della dimensione affettiva delle giovani generazioni. Ci sembra opportuno sin dall’inizio sottolineare una distinzione tra una pastorale “massiva”, diretta ai “più” con momenti forti, ed una pastorale più specifica ed organizzata, con attenzione formativa. Tra le attività straordinarie suggeriamo concerti religiosi, festival della canzone per giovani, ritiri spirituali in preparazione alla cresima. Quanto alla pastorale più sistematica, proponiamo di trattare esplicitamente il tema dell’affettività negli itinerari formativi dei gruppi giovanili; e, quando questi presentino la necessaria maturità e predisposizione al servizio, si potranno invitare ad andare a testimoniare in luoghi più poveri o a fare esperienze di volontariato. Inoltre, ci pare importante stimolare le istituzioni perché provvedano a creare e/o potenziare strutture utili a sostegno della vita, come scuole, asili, centri di salute, e, quando sia necessario, denunciarne gli inadempimenti. Un comun denominatore sarà, in tutti i casi, la dimensione dell’ascolto e dell’annuncio: la valorizzazione delle persone più umili e povere, ricordando che sono importanti in sé, e come tali dovrebbero godere di piena dignità e di uguali diritti.
Nella nostra esperienza missionaria ci sembra fondamentale evangelizzare e lasciarci evangelizzare anche dalle situazioni di famiglie in crisi. Sentiamo importante poterci avvicinare ed accogliere personalmente quelle situazioni di vita di coppia e di famiglia che vivono momenti di difficoltà, di separazione o di solitudine. La comunità cristiana dovrebbe manifestarsi come una comunità di amore e di perdono che aiuta, sostiene, incoraggia un amore umano che ha perso il suo calore e la sua forza. Forse ancor più efficace per capire, accogliere ed accompagnare queste situazioni è l’incontro personale senza pregiudizi, sentendo che la persona umana, nella sua dignità e nella sua difficoltà ha bisogno di sentire un fratello, una sorella, il sacerdote e, in certi momenti, l’intera comunità che li accompagna e che non li giudica (forse la preoccupazione della partecipazione all’Eucaristia è solo un aspetto della questione, non certamente l’unico; bisogna quindi preoccuparsi della persona nella sua dimensione integrale, non solo religioso-sacramentale). L’ascolto e la comprensione della difficoltà delle persone è il primo approccio umano che li fa sentire parte integrante di una Chiesa che vuole essere madre e maestra di misericordia proprio lì dove un segno di comunione rischia di spezzare un legame importante con chi soffre ed è più vittima che colpevole (questa attenzione misericordiosa della comunità cristiana potrebbe essere sottolineata durante le celebrazioni domenicali o anche meglio nelle celebrazioni penitenziali che manifestano il perdono di Dio). Sentiamo importante valorizzare quelle persone che stanno facendo uno sforzo per superare una situazione di crisi: la fede, la preghiera, l’amore ai figli, la vicinanza della comunità cristiana sono segni di un amore che Dio non fa mancare ai suoi figli; è importante ricordarli, condividerli e rafforzarli. Le persone che hanno subito la separazione e l’abbandono del coniuge potrebbero essere maggiormente valorizzate dentro la comunità.
Inoltre la vicinanza personale permette di annunciare concretamente il Vangelo della misericordia e dell’amore che ha annunciato e vissuto Gesù. Anche in queste situazioni pensiamo si debba infondere speranza offrendo anche un aiuto nelle necessità (molto spesso la donna viene abbandonata con i figli piccoli) accompagnando le persone in questa tappa della loro vita perchè possano incontrare compagni che li aiutino a superare la crisi, e possano crescere ed accogliere con fede ciò che Dio dice loro in questa esperienza. Sentiamo che la pienezza dell’amore che si manifesta nel sacramento del matrimonio ha bisogno di processi lunghi e a volte questa decisione stessa deve essere riconsiderata.
L’esperienza missionaria ci conferma che, anche in queste situazioni, ci sentiamo parte di una Chiesa che ci ha inviati e di una Chiesa che ci ha accolti. Sentiamo importante essere vicini ai poveri e lontani (sia socialmente che spiritualmente). L’essere in missione ci spinge ad una comunione profonda con molte situazioni annunciando il Vangelo dell’Amore e denunciando situazioni di ingiustizia, miseria, dolore ed odio.
Dal confronto su alcune linee pastorali rispetto alle complesse problematiche che si generano nelle famiglie in un contesto di crisi economica ci chiediamo innanzitutto: “Cosa diciamo a queste famiglie? Di quale messaggio siamo portatori nell’annunciare loro il Vangelo?”.
Nelle varie attività che realizziamo per incontrare – accompagnare - aiutare le persone che si trovano in questa situazione ci pare che la preoccupazione sia la chiarezza in quello che vogliamo trasmettere (e sarebbe opportuno verificare costantemente se siamo in linea con questi obiettivi o se le situazioni che ci viene voglia di chiarire da un punto di vista morale non prevalgano su quello che invece è prioritario).
Innanzitutto, cosa cerchiamo di “dire-annunciare” in queste relazioni?
Il primo annuncio: “Tu sei prezioso per me, il tuo problema è anche il mio…”: condividere seriamente la preoccupazione, ascoltare, cercare di capire, pregare per l’altro (far spazio nel cuore), lavorare sull’autostima, sulla dignità, aiutarsi a mettere in ordine i bisogni urgenti e a discernere “dove stiamo andando”, riconoscere i limiti come il luogo delle scelte e cercare insieme soluzioni possibili. Lo stimolo è che in questi gesti possiamo lasciar trasparire e intravedere il desiderio di Dio di rivelare il suo volto “prossimo” all’uomo. Senza giudizi, ma aprendo possibilità e cammini.
Un secondo annuncio: “Si può crescere, a patto di aver fiducia in se stessi”; si può essere coerenti impegnando il proprio futuro. Il lavoro è cosa fatta di piccoli passi, non è magia. Come a piccole tappe si lavora la terra, così siamo chiamati all’umiltà, alla pazienza, alla custodia della terra, ma anche all’orgoglio, alla festa per il lavoro compiuto e benedetto… Il lavoro è insieme dono di Dio e luogo di dignità dell’uomo, non è castigo nè strumento solo di benessere economico: ma molta di questa valorizzazione dipende da noi. Il terzo annuncio: “Non siamo soli: c’è una comunità attorno a noi”. E’ la Comunità Cristiana, ma anche la società civile, dove si possono aprire porte.
Quarto annuncio: “Mentre ti aiuto non ti colpevolizzo”, anzi cerco di dirti che stiamo tutti cercando di incarnare l’annuncio del Regno dei Cieli in un cammino di risurrezione in Cristo, che è più grande della devozione o della fede personale, che ci spinge a lavorare e credere in una maggiore giustizia sociale. Molte povertà sono frutto di una storia ferita in cui si sono dati abusi, ineguale distribuzione di ricchezza e diritti: una storia che comunque ci interpella tutti nella ricerca di un mondo nuovo, ci pone tutti in marcia alla ricerca di una liberazione integrale.
Come accompagnare le famiglie per promuovere concretamente la dignità della persona?
Innanzitutto, visitando le famiglie. Occorre interrogarsi seriamente sulla realtà locale di lavoro, di economia, di processi di sviluppo, incontrando le persone, ascoltando e lasciandoci interrogare.
Nella predicazione, nella catechesi, nel lavoro con le comunità ecclesiali di base, cerchiamo di dare voce alle singole storie locali, valorizzando le luci presenti, evidenziando gli scandali e le incoerenze, cercando di aprire storie e percorsi alla luce del Vangelo.
È bene creare una rete ecclesiale e sociale per uscire dall’isolamento e cercare insieme alla comunità locale, alla diocesi e alle istituzioni pubbliche percorsi di giustizia e di dignità per tutti.
Va creata o incrementata la Caritas parrocchiale, promuovendo la solidarietà nella comunità parrocchiale, aiutando a riconoscere i problemi e le soluzioni possibili. Il povero ci interpella sempre.
Si realizzino progetti concreti (come segno di risposta e di profezia) che creino una coscienza nella comunità credente e civile, aprendo strade nuove, mettendo in comune beni, cooperando a vincolare gli aiuti a una effettiva responsabilizzazione, valorizzando ogni passo. Dobbiamo rendere l’altro protagonista del suo stesso sviluppo. È necessario incrementare progetti di aiuto all’infanzia, progetti di salute, progetti di sviluppo del lavoro e del territorio coordinati con la comunità locale, con la Caritas diocesana e con le istituzioni pubbliche, evitando di fare il bene da soli. Vanno formati agenti pastorali e laici per la visita alle famiglie e l’accompagnamento ai malati. Da ultimo, va ribadita la profezia insita nel nostro agire missionario. Costruire una casa, una chiesetta, un centro medico o sociale, creare una attività economica…sono cose ben visibili agli occhi della gente. Se sono realizzate in modo intelligente comunicano profeticamente la fiducia nella storia e l’impegno a cambiarla con la gente del posto. Profezia è anche la denuncia di cose che ci fanno reagire perché moralmente inaccettabili e che vanno nettamente al di là di ogni rispetto della cultura dove ci troviamo (tra esse, il fatalismo, la condanna a morte, la violenza).
Alla luce della Parola di Dio ascoltata in questi giorni (in particolare il testo di Giovanni) e della realtà di abbandono della pratica religiosa da parte di molti, sottolineiamo l’importanza dell’attenzione alla persona, guardando come modello alla figura del Buon Pastore ed imparando da lui a mostrarci in verità, per quello che siamo, e non per quello che dovremmo essere, con atteggiamenti di comprensione e non di giudizio, senza scandalizzarci, ma piuttosto nella consapevolezza che pure noi, a volte, siamo motivo di scandalo.
Occorre essere testimoni, come Cristo “missionario del Padre”, ma non da soli, bensì come comunità, organizzando l’annuncio del Vangelo per tutte le fasce d’età, aiutando tutti (sia chi si prepara al matrimonio sia chi non lo chiede) a scoprire il Vangelo della famiglia, coscienti che il cambiamento/conversione della persona avviene successivamente al kerygma, come conseguenza dell’ascolto dell’annuncio (cfr il “che cosa dobbiamo fare, fratelli?” dei primi discepoli a Pentecoste). Dobbiamo prima creare per tutti spazi per l’ascolto della Parola e conseguentemente un passaggio all’implicazione diretta, a un impegno di fede concreto: la costruzione della famiglia verrà dopo. Dobbiamo distinguere tra annuncio fatto alle coppie che chiedono di prepararsi al matrimonio e l’annuncio del Vangelo della famiglia e del matrimonio fatto a tutti, aiutando chi si vuole sposare religiosamente a scoprire che il sacramento non è un obbligo, ma una “buona notizia”, facendo sì che tutti la ricevano e la scoprano come tale. È importante coinvolgere le famiglie nelle attività già in atto, creando occasioni attraverso ciò che già facciamo (ad es. incontro con i genitori degli sposi, e non solo con i fidanzati, in occasione della preparazione al matrimonio).
La pastorale familiare deve avere un’attenzione di tipo trasversale, a partire dai tre ambiti che si incrociano con la vita della famiglia cristiana (la pastorale giovanile, la catechesi familiare, la preparazione al matrimonio). Dobbiamo pure avere chiari i concetti di educazione e informazione: molta della nostra catechesi è informazione nozionistica, ma non è educativa. Educare al rispetto, ad esempio, non significa solo farne tema di una conferenza, ma formare tutti al valore menzionato. La famiglia di oggi si trova inserita in un sistema sociale “disordinato”, che non propone responsabilità e perseveranza, per cui diventa prioritaria la necessità di una educazione ai valori umani, partendo dalla consapevolezza delle ragioni storiche che hanno condotto a certe abitudini comportamentali non sempre adeguate, trasmettendo comunque ai giovani l’amore per la famiglia.
Educazione ai valori umani è anche educare alla responsabilità, al senso e alla dignità del lavoro. Ci sono famiglie intere che vivono di sussidi o di espedienti. Gli stessi genitori abituano i figli a non lavorare, e questo lo fanno pure alcuni governi con il loro sistema assistenzialista, o in occasione di scadenze elettorali per pura propaganda politica. Ci sarebbe pure un capitolo intero da scrivere sulla storia del paternalismo missionario in America Latina, che ha creato atteggiamenti di scarsa responsabilità: ciò vuol dire che è importante la “promozione umana” come parte integrante dell’evangelizzazione, evitando però di fermarci all’assistenzialismo e riconoscendo che è un terreno su cui dobbiamo spesso confrontarci con altre espressioni religiose, dalle quali possiamo imparare il coraggio della testimonianza, ma di fronte alle quali dobbiamo anche avere il coraggio di esplicitare alla gente che corre il rischio di esserne sfruttata, senza togliere l’importanza del dialogo ecumenico.
Queste nuove espressioni religiose riescono spesso a raggiungere le coppie e le famiglie in difficoltà proprio perché accolgono e promuovono la persona senza giudicarla: ciò conferma l’importanza di instaurare relazioni personali con l’aiuto di agenti pastorali coerenti e formati. Può essere un’idea la formazione di “animatori ecclesiali”, che possano essere presenza sul territorio in stretto contatto con le famiglie, che si rendano presenti negli eventi gioiosi o di difficoltà di altre famiglie e che si facciano promotori di solidarietà umana, compagni di strada innanzitutto dal punto di vista umano. L’autorità morale insita nella Chiesa ci stimola a essere presenza profetica, e quindi anche provocatoria: ma per evitare di diventare coloro dai quali ci si aspetta tutto, è necessario il coinvolgimento di tutti, soprattutto delle figure genitoriali, nella condivisione delle responsabilità pastorali.
Infine, è necessario acquistare maggior consapevolezza nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione per la promozione dei valori.
In questi giorni abbiamo ascoltato e riflettuto sulla realtà di tante famiglie, vittime di violenze di ogni tipo. Ci lasciamo illuminare dall’icona del Buon Samaritano (Lc 10,33-34) per tracciare alcune linee pastorali pratiche ed alcuni atteggiamenti fondamentali che ci sembrano necessari nel nostro vivere quotidiano di missionari in America Latina.
A livello di linee pastorali, evidenziamo innanzitutto la necessità di favorire i processi di coscientizzazione delle persone, affinché possano vincere personalmente la paura di denunciare le situazioni di violenza familiare e creare eventuali reti di mutuo appoggio. Al medesimo tempo, sarà necessario favorire o creare organi di sostegno e di auto-aiuto alle famiglie. Particolare rilevanza rivestirà poi l’impegno a far maturare criteri di discernimento circa l’uso corretto dei mass-media e promuovere programmi educativi, a livello scolastico e parrocchiale, che, sin dall’infanzia, formino alla pace e alla non violenza. Non minore importanza si dia all’opportunità di creare laboratori artigianali che accrescano l’autostima e la dignità, specialmente della donna, e di costituire, a livello parrocchiale o zonale, gruppi interdisciplinari di consulenza familiare.
Gli atteggiamenti fondamentali con cui vivere il nostro apostolato, ci vengono suggeriti dallo “stile”
del Buon Samaritano, che innanzitutto “vede” la situazione di sofferenza, ne sente compassione, si fa carico e accompagna il malcapitato, versa sulle sue ferite l’olio che lenisce il dolore e il vino che dà forza.
Tutto questo ci invita innanzitutto ad essere particolarmenti attenti alle persone, chiamandole per nome (ovvero conoscendole profondamente e facendo in modo che si sentano amate). Inoltre, è indispensabile saper “stare“, ovvero investire il proprio tempo per ascoltarle: è necessario
avvicinarci a loro con silenzio discreto e rispettoso del loro dolore, e di conseguenza, da un lato “convertire” il nostro sguardo, affinché tutti i membri della famiglia riscoprano in esso il cuore misericordioso di Cristo e sappiano riscoprire il valore salvifico del dolore; e dall’altro lato aiutare le vittime della violenza a riscoprire
gli aspetti positivi della loro esistenza e le loro potenzialità. Infine, è di vitale importanza aiutare i genitori ad accettare la diversità dei figli.
1. L’annuncio cristiano di fronte ai nuovi modelli affettivi
2. L’azione pastorale verso i separati, i risposati e i conviventi
3. Pastorale familiare in contesto di crisi economica
4. Spunti per una pastorale vocazionale familiare
5. Di fronte a situazioni di violenza intrafamiliare