GUARDANDO A COPENAGHEN ( E NON SOLTANTO)

Scritto il 18 dicembre 2009

Il rito vano dei vertici ci riporterà al Palazzo di Vetro?

Di questi tempi, ogni volta che si celebra in qualche parte del mondo un vertice in cui compare il termine ‘globale’, la rassegnazione sembra sempre prendere il sopravvento. Per carità, il fatto stesso che si affrontino questioni che hanno una valenza planetaria, come nel caso del summit di Copenaghen, è sempre indice di civiltà; pertanto è doveroso che la politica internazionale scenda in campo. Sta di fatto che col passare del tempo si avverte la sensazione che il copione sia sempre lo stesso: dispendioso e inconcludente rispetto alle attese della vigilia. Ma sì, una sorta di carosello di personaggi illustri e di dignitari capaci di discettare a dismisura e con toni altisonanti, ma a volte – quando lo ritengono utile – anche caparbi, ingegnosi e sregolati nel mistificare la realtà dei fatti, lasciando i buoni propositi nel cassetto, in nome di una loro presunta ‘ragion di Stato’. Insomma in questi giorni a Copenaghen tutti stanno avendo libertà di parola, agitando però la pretesa che l’interesse di parte venga fatto coincidere con quello dell’intero consesso delle nazioni, e senza perciò raggiungere, a tutt’oggi, un accordo capace di soddisfare le istanze vitali del nostro pianeta. E come al solito a dettare le regole del gioco, con sfumature certamente diverse, sono le grandi potenze in competizione le une con le altre.
Ma non è tempo di disfattismo, bisogna infatti premere perché la comunità internazionale esca dal letargo evitando ogni forma di temporeggiamento, anche perché è ormai evidente che la ‘globalizzazione’, in tutte le sue facce, ha davvero bisogno di ‘redenzione’. Ecco che allora la posta in gioco prim’ancora che essere ambientale, sociale, politica o economica, s’impone per i suoi indiscutibili risvolti etici e culturali.
Lo ha indicato in questi anni a chiare lettere il magistero sociale della Chiesa, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, anche se poi troppe volte le scelte concrete dei Grandi della Terra sono andate in ben altra direzione.
Prendiamo la questione climatica al centro del dibattito odierno. Tutti sanno che il nocciolo del problema è rappresentato dalle emissioni dei Paesi ricchi e che a pagare le conseguenze sono i poveri.
D’altronde il diritto al cibo, all’acqua, alla salute e a una dignitosa dimora rischiano di essere compromessi dai cambiamenti climatici se non si avrà il coraggio di mettere a punto delle strategie protese al bene di tutti e soprattutto vincolanti. A questo proposito gli
sherpa

impegnati dietro le quinte nella compilazione del documento finale di Copenhagen sono d’accordo nel definire la materia «ostica e complessa», soprattutto per le implicazioni di un testo esaustivo sulla riduzione delle emissioni di Co2, in un tempo peraltro in cui gli effetti della recessione si fanno ancora sentire su scala mondiale.
Viene allora spontaneo chiedersi se valga davvero la pena continuare a sprecare denari in questo modo discettando sulle ‘emergenze’ planetarie se alla fine della fiera tutto si risolve in una foto di gruppo o poco più. Non sarebbe più sensato se invece di organizzare queste manifestazioni itineranti in giro per il mondo le decisioni sui grandi temi del nostro pianeta fossero affidate direttamente dall’Assemblea generale dell’Onu? Una possibilità che certo passa per una riforma di questa istituzione affinché possano fare sentire la loro voce tutte le nazioni e non soltanto i ‘Grandi’.
Detto questo, vorremmo tutti che il vertice di Copenaghen fosse uno di quei momenti nella storia capaci di cambiare le sorti del pianeta. Serve d’altronde una risposta politica, a ciò che la maggior parte degli scienziati indica come non più rinviabile, con l’intento di elaborare il compromesso, inteso nella sua più nobile accezione etimologica: quella del ‘cum promettere’, cioè del promettere insieme un impegno di pace per il futuro atteso e sperato dai popoli.

padre Giulio Albanese

(tratto da Avvenire del 18 dicembre 2009)